• Simone Giuli

CHE LA NOSTRA VULNERABILITA' NON SI TRASFORMI IN FRAGILITA'.

da : Rifare il mondo di Giacomo Marramao

in Pandemia e resilienza. Persona, comunità e modelli di sviluppo dopo la Covid-19. Consulta Scientifica del Cortile dei Gentili


Come far sì, allora, che la nostra vulnerabilità non si trasformi in fragilità?

Entra qui in campo la parola-chiave “resilienza”:

se fragile è ciò che si spezza davanti ad eventi traumatici, resiliente è invece ciò che è in grado di reagire a un trauma trasformandolo in opportunità di rigenerazione.


In una intervista apparsa il 19 aprile su “La Repubblica”, il Card. Gianfranco Ravasi

ha affrontato questi temi traendo spunto da un testo che anche a me è capitato tempo

fa di leggere: il libro del biblista David M. Carr, Santa Resilienza: Le origini traumatiche della Bibbia, Ed. Queriniana.

Nella sua affascinante e provocatoria reinterpretazione delle origini della Bibbia, Carr racconta la storia di come il popolo ebraico e la comunità cristiana dovettero adattarsi per sopravvivere a molteplici catastrofi e di come le loro sacre scritture riflettessero e rafforzassero la natura resiliente di ogni religione.


Procedendo nella sua ricostruzione, Carr fa emergere come il racconto biblico sia

stato profondamente modellato dall’esilio ebraico in Babilonia e come la “Bibbia

cristiana” sia stata modellata anche dall’indicibile vergogna di avere un Salvatore

crocifisso.

Trasferito sul piano storico-sociale, il modello della “resilienza sacra” offre una spiegazione del fenomeno per cui un soggetto comunitario rivela una maggiore capacità di superare i traumi rispetto a un soggetto individuale.

Non a caso, applicato a una comunità anziché a un singolo individuo, il concetto di

resilienza si sta affermando nell’analisi delle dinamiche sociali di gruppi o comunità

colpiti da catastrofi naturali o da eventi prodotti dall’azione umana quali, ad

esempio, attentati terroristici, rivoluzioni o guerre.

I risultati di queste ricerche pongono in risalto come la maggiore o minore resilienza

agli eventi traumatici produca effetti diversi o addirittura opposti: le comunità meno resilienti, e dunque più fragili, in conseguenza del trauma costituito da una catastrofe, cessano di svilupparsi restando in una situazione di permanente instabilità o, in alcuni casi, addirittura collassano fino a estinguersi;

le comunità resilienti, al contrario, sopravvivono o addirittura colgono l’occasione del trauma come opportunità di rigenerarsi, potenziarsi e avviare un nuovo ciclo vitale.

Muovendo da questa premesse, il Card. Ravasi delinea la prospettiva della resilienza comunitaria come sola, autentica via per una conversione del trauma in rinascita.

Una via che ha come suo duplice postulato la costruzione di una effettiva solidarietà su scala europea e tendenzialmente globale; e un progressivo affidamento della guida politica alle donne: come l’unico soggetto capace di rivoluzionare la gerarchia delle priorità a partire dal concretissimum della nascita e della vita. Penso sia proprio così.

Dal trauma della pandemia usciremo facendo comunità – poiché la comunità è sempre un fare dinamico e mai uno stato di fatto – e cambiando i nostri rapporti con il mondo.

Senza lasciarsi irretire dai profeti di sventura, a suo tempo ironicamente stigmatizzati da Friedrich Hebbel: “C’è chi si consolerebbe della fine del mondo, se

solo l’avesse predetta lui”.

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